Snoopy, Freud e Franzen. Charles Schulz tra depressione e genio comico

Casa Franzen è mal riscaldata, forse a causa di alcuni infissi adusti o montati non correttamente. Allorché papà Franzen rincasa dal lavoro, a dispetto delle lamentele di mamma Franzen e della sua innata ipotermia, si precipita sulla manopola del termostato e, col beneplacito del piccolo Jonathan, la direziona sulla cosiddetta ‘zona benessere’. Ma quando il già grande Jonathan, l’affermato scrittore Jonathan, ripensa a quella sezione di tepore incipiente, la sensazione che ne deriva è quella tipica, piuttosto, di una ‘zona disagio’, dove s’acquatta la malinconia e prolifera la messa in discussione delle carte archiviate del ricordo[1]. Gli anni della crescita incostante, dell’appartenenza alla chiesa evangelica e della ribellione della letteratura, gli anni in cui la vita dà forma alla materia grezza che la vita sputa dai foruncoli dell’acne di un ragazzino di provincia. Sono gli anni dei divieti immotivati, ma anche dell’avvento dell’era Peanuts, le cui vignette rientrano naturalmente nella lista delle letture messe al bando per i casti occhi del giovane Jon. Non che in Schulz vi fosse alcuna sconcezza o scorrettezza politica, si chiaro; semplicemente non rientrava nei gusti dei parents, che disponevano del denaro sonante per acquistare i fumetti e stabilire di conseguenza l’ordine del giorno delle letture possibili della casa.

L’espediente di cui Franzen si serve per scomodare Schulz finisce per andare ben oltre il primitivo intento di renderlo un semplice espediente, dicendo molto di più e restituendo una cornice di grande intimità nei confronti della non facile esistenza di un giovane disegnatore. Ciò che resta, al di là della comparazione tra il parallelo senso di solitudine del nascente astro del romanzo americano contemporaneo e i protagonisti infantili del fenomeno ‘spiccioli’, è una potenziale lettura di questi ultimi in controluce alla cruda storia del loro demiurgo. Charles Schulz soffrì per tutta la vita di depressione, attacchi d’ansia e feroci crisi di panico; era terrorizzato dall’idea di rimanere solo. David Michaelis ricostruisce, nella sua biografia[2], un intero apparato di interviste durante le quali Schulz si lasciò andare a confessioni estemporanee circa la natura della sua gravosa melancholy, indispensabile – diremmo noi – al fine di comprendere la portata del sorriso che una singola striscia di Charlie Brown vuole comunicarci e sa regalarci. Ma cosa può cambiare questo nell’ermeneutica della sua creatura figurativa? Tutto e niente. Facciamo un passo indietro.

È opinione abbastanza diffusa tra gli amici del sottoscritto che il sottoscritto – per l’appunto – sia persona di buone doti umoristiche, e questo non importa a nessuno; ciò che ancor meno importa è sapere che gli ultimi anni del medesimo sono stati un annodarsi di capitomboli interiori, che hanno portato in dono non poche grane altrettanto interiori, nel cui crogiolo ancora mi trovo. Ciò che ai fini di quanto sto per dire ha una minima rilevanza è la sensazione da me percepita di sentire lo humor affinarsi col farsi nere delle tinte del mio umore. Lo sentivo diminuire in quantità e salire in qualità, affilarsi, presumibilmente innobilirsi. Deve aver avuto senz’altro un esperienza simile T.S. Eliot – mi dico – per arrivare ad affermare che è capace del più fragorosa risata (di farla nonché di suscitarla) soltanto colui che ha sperimentato la più bieca disperazione. Lontano dal volermi considerare esempio convalidante l’altezza dell’intuizione del padre delle terre desolate, ritengo si vada evincendo un’equazione melancholy-laugh che attecchisce nel reale con presa considerevole e nelle vignette di Schulz, che sono poi effigie del reale, con altrettanta.

Jon Franzen riporta una scena significativa[3]. Charlie Brown, fantasticando e monologando mentalmente su una potenziale cavalcata su pony con l’amata bambina dai capelli rossi, arriva a domandare a Snoopy, non avendo smentito il problema economico-ontologico di Kant (se penso a cento talleri, non vuol dire che li abbia in tasca = se penso a me e lei su due pony, non significa che stiamo cavalcando fianco a fianco su due pony), come mai il brachetto non sia due pony. Snoopy, laconicamente, risponde che già sapeva ci si sarebbe spinti tanto oltre – suscitando la nostra risata. Siamo naturalmente portati, anche e soprattutto per come l’autore organizza la storia e i personaggi, a leggere il piccolo cane bicromato come un amico, un interlocutore esterno di un Charlie Brown apertamente pessimista, depresso, astenico, afasico, apatico, appetibilmente identificabile con Charles Schulz.

Secondo Sigmund Freud, il motto di spirito è un fenomeno complesso e tutt’altro che privo di significato[4]. Laddove non sbilanciato tutto sulla forma, come l’esempio di Heinrich Heine sugli atteggiamenti affabili e faMILIONari di un ricco signore tedesco, il motto è ironico per il suo contenuto; in entrambi i casi, comunque, esso risponde ad un bisogno di autocompiacimento, attuato mediante compiacimento altrui: proviamo piacere inducendo altri a provarne attraverso il contenuto comico del nostro linguaggio. Questo è tanto più vero quanto più l’individuo che proferisce il motto è un individuo represso o depresso.

Charles Schulz disegna bambini per riprendersi indietro la propria adolescenza, per aver già scontato da fanciullo il dolore degli adulti; disegna i piccoli perché è la dimensione del riso senza velo, dove, restando, è ancora possibile l’innocenza. Proviamo per un secondo a immaginare Charlie Brown fantasticare solo, in un angolo, su una bambina dai capelli rossi e due pony; una volta appreso che il desiderio così ardentemente sperato non si è avverato con la sola forza del pensiero, e sperando che qualunque altra cosa si converta in cavallino bianco, dirà ad alta voce a se stesso che già sapeva si sarebbe arrivati a tanto; e si scioglierà in una piacevole risata solitaria. Snoopy è solo la proiezione esterna della parte benevola interna a Charlie Brown, quella che lotta per vederlo sorridente, quella che indulge in un motto che compiaccia chi legge per compiacere un poco se stesso. Così Charlie Brown e Schulz con lui. Dietro la faccia astenica, afasica, apatica della più bietta depressione esiste una lato di luce, così come per ogni alta montagna esiste una corrispondente vallata profonda, così come per ogni Everest esiste una fossa della Marianne. Questo intendeva T.S. Eliot, piuttosto che riferirsi alle magagne del sottoscritto. Ma sia io che Charles Schulz non abbiamo avuto voglia di smettere di ridere.

[1]Cfr. Jonathan Franzen, Zona disagio, Torino: Einaudi, 2006.

[2]Cfr. David Michaelis, Schulz and Peanuts. A biography, New York: HarperCollins, 2008.

[3]Cfr. Jonathan Franzen, cit., p. 37.

[4]Sigmund Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio (1905), in Sigmund Freud, Opere 1905-1908, vol. V, Torino: Boringhieri, 1972, pp. 3-161.

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