Ya-honk!

«Ya-honk! Ya-honk!» – e quel grido aveva percorso la schiena del gigante di roccia, era sceso nelle forre umide, dove aveva turbinato col vento per poi risalire e venire restituito, spezzato, dalla divina Eco.

Delirava, e con l’occhio lucido da febbre sfidava lo sguardo di quei due monoliti, piazzati lì chissà quando da chissà chi, a far da vedetta sul mare; o, come diceva lui, a togliergli la visuale di quella immensa distesa d’acqua che amava così visceralmente. Era nato sulla costa, in una cittadina col porto sulla riviera ligure. Con la famiglia s’era trasferito in una valle del Trentino, ma nulla era più stato come prima.

Continuava ad averne nostalgia. Un giorno sfidò quei torrioni di dolomia che gli ostacolavano la visuale – diceva lui. Si fece prestare un cavallo smagrito da un amico, impugnò due piccozze e partì per la sua spedizione punitiva.

«La tua parete nord sa di ferro, ma io ho sete di sale, del sale del mare e delle stelle! Spostatevi, sciocche sagome senza nome e senza forma!» – e schioccava la lingua nel suo grido di battaglia: «Ya-honk! Ya-honk!». Ci fu una schiarita nel cielo, che egli prese come il segno della riscossa. Speronò il ronzino, che partì ad una velocità ridicola, anche se massima.

Quando arrivò a sentire l’odore della pietra, a percepire la sua viva umidità, sferrò una decina di colpi di piccozza. Lo scalfì appena, quel nemico silenzioso. Proruppe in un pianto, che culminò in un abbraccio, che terminò nella consapevolezza di una nuova amicizia.

Fu così che, picche alla mano, salì il torrione. In cima si sedette, calmo, e un vento caldo carico di salsedine gli carezzò il viso. Io dal passo del Pordoi, chiudo gli occhi e vedo il mare… Forse ogni grande alpinista ha nel cuore il desiderio d’Oceano.

«Ya-honk!».

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