Alle sorgenti dell’Arnò

All’alba il freddo è ancor più pungente. Picchietta le guance con un milione di spilli ghiacciati senza consistenza corporea. Alberto e Aurora sono puntuali, sono già svegli da due ore come animali del bosco. Io e Tom fatichiamo ad alzarci, ma riusciamo a farci trovare in orario nel punto prestabilito.

L’auto pennella le curve che costeggiano le Giudicarie esteriori, altissime nelle loro escrescenze di tonalite, la stessa roccia opaca con cui sono pavimentate le mulattiere nei sentieri più impervi. Nelle gole corrono i caprioli, le pareti di roccia riverberano e inselvatichiscono i bramiti liberi e pieni. Giocano a nascondersi, sfregano i musi sui cespugli, rilasciando un universo di odori impressi a caldo sulle piccole foglie ambrate. Attraverso il fogliame, il cielo si spacca in tasselli d’azzurro simili ad una costellazione d’acque assortite, che coprono l’intero spettro del blu tra il celeste e il marino.

Il paraurti sbatte contro un piccolo muretto di neve, le ruote si accasciano nella poltiglia grigiobiancastra. Ci vestiamo per il cammino. I grandi quadri delle camicie di flanella variopinta sono l’unica geometria di un paesaggio fatto solo di curve dolcissime. Eppure la val di Breguzzo è una valle selvaggia, dove la carraia principale è costretta ad eludere continui innesti di pendici scoscese, collo del piede dei grandi versanti che svettano e dirupano imponenti. Piccole case puntellano i declivi boscosi nella loro parte più bassa ed accessibile. Pochi metri sopra, la boscaglia s’infittisce, proiettando un’ombra compatta, una cortina frondosa impenetrabile.

La neve rallenta i passi, poiché la suola armata degli scarponi, senza ciaspole o ramponi, non ha presa continua. L’Arnò scorre accanto a noi. La sua portata sembra non curarsi troppo delle paturnie umane, che lo vorrebbero torrentello da portata idroelettrica. Da qualche anno, gli abitanti della valle si battono per impedire alle benne degli escavatori di morderne le rive per innestarne, a metà del flusso, un’abominevole centrale-mostro, nella quale far confluire i corsi di alcune sorgenti delle valli circostanti per coronare il sogno energetico di un manipolo di disinteressati in giacca e cravatta. Tom, agile e arzillo, ci racconta questa storia, che tutti, nel segreto del cuore, ci sentiamo di condividere. Saliamo piano, con questa battaglia nella testa e un tamburo nel petto.

Gli orsi dormono nelle caverne in alto godendo delle proprie riserve, mentre le mascelle dei camosci sfidano i ciuffi rimasti impuniti dall’egemonia della coltre nevosa. La compagnia si approssima al rifugio Trivena. Il sentiero è ghiacciato: milioni di piccole infiltrazioni acquose hanno creato, a basse temperature, una pavimentazione vischiosa e trasparente, che impegna i quattro in svirgoloni di tutto rispetto e notevoli culate di rispetto ulteriore. Giunti a destinazione, decidiamo di sfondare ulteriormente il muro della fatica e di raggiungere uno splendido pianoro situato un centinaio di metri più in alto. Camminiamo prudenti come muli, sul ciglio, poiché il centro della mulattiera è preda del ghiaccio. Ci teniamo a lato, dove la poltiglia nevosa lascia al carrarmato una presa meno incerta.

Sulla spianata ci separiamo. Alberto sistema l’equipaggiamento, prima di concedersi qualche balzo d’allenamento per la sua carriera parallela di runner d’alta quota. Tom va lontano, Dio solo sa a fare cosa. Io e Aurora guadagnamo due differenti sporgenze rocciose, entrambe dirimpetto alla corona innevata del gruppo del Brenta, incorciamo le gambe e ci concentriamo sul respiro, a ritmo col respiro dell’Arno alle sue sorgenti.

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