Il computo impossibile. Su Doce meses y un dìa di Pilar Pastor.

Dodici mesi, un giorno. La somma è un paradosso da calendarizzare. Trecentosessantasei giorni: impossibile. Eppure sì, così è e non può non essere, poiché il libro non è un libro, né una raccolta, né un’antologia, ma lo scacco celato del semplice sul complesso. Non deve stupire la scelta di accompagnare le parole con disegni, perché ancor meno, per il tenore del testo, stupirebbe se Pilar Pastor in persona ci dicesse che, in realtà, non ha scritto con inchiostro ma coi pastelli. E non ci si lasci ingannare dal tratto sensile, dalla povertà apparente dell’apparato concettuale del macrotesto. Doce mese y un dia ha le spalle coperte da almeno tre titani della poesia spagnola, di cui il verso incontrovertibilmente profuma.

Non solo c’è la balbuzie sanjuaniana della parola, filtrata dall’esperienza di Zambrano, ma c’è tutta la sua  (di Marìa) chiarità post-heideggeriana, tutto lo sgomento composto e illuminato nei cui contorni si profila un linguaggio che non ha eguali stilistici, che non eccede in tecnicismi e formalismi che appesantirebbero, zavorrerebbero le ali al verbo. E ancora: non solo c’è la luce della filosofa di Malaga, il ritmo del computo impossibile si dà nell’alternanza pulsante di una chiaroscuralità che è, sì, zambraniana, ma ancor più valenteana. Ed riporta a Valente la scelta di un lessico entranado, incarnato e – per usare un cacofonico neologismo – in-ventrato: perché  ‘ululare senza bocca | tra le fronde dell’altero cedro | che si beve il vento’ non riecheggia forse, nella scelta verbale, ancorché nell’immagine intera, la Definizione dell’aurora, dove a placare la sete vengono destinati uccelli vivi? Ma ancora non basta. Il vento, lo svolazzamento come di biancheria al capriccio dei refoli non rimanda forse a A mi ropa tendida di Claudio Rodrìguez? Il bagliore, la notte germinativa, la carezza della sferzata ventosa innervano e definiscono lo scacco del semplice sul complesso.

Ma si prenda quel che ho detto e lo si accartocci e lo si butti via; poiché non è l’auctoritas che sta dietro ad un testo a permettergli di camminare sulle proprie gambe. E se anche lo definisse – riutilizzando un verbo di qualche riga sopra – lo farebbe ad un livello talmente intellettualistico da decretare, se preso da solo, la morte del cuore, del cuore di Pilar, che è poi l’unico movente che fa da matrice alla scrittura disinteressata e non accademica. Lo scacco del semplice sul complesso, dicevamo. Il tenue tratto del pastello. Un computo impossibile, che sembra preludere ad una raccolta di filastrocche per bambini. Eppure, già dalla prima pagina, la parola è gravida, in gestazione. E’ ben rotonda, come il cuore inconcusso della verità, della verità che si annida nel semplice e che guarda torva il complesso e la sua pretesa.

Doce mese y un día scandisce l’anno come una campana rintocca per ripartire il giorno, per dare al contadino la scansione di lavoro e riposo; come la notte si alterna col giorno in equilibrio sulla lama dell’aurora. Scandisce l’anno e nel farlo, come bambino all’insaputa della madre, aggiunge sottobanco un giorno dal sapore cosmico, riassuntivo, universale, whitmaniano: Scriba sono di un universo taciturno… e noi tacciamo, osservando la traccia che Pilar stende unendo le stelle, mentre le indica con uno stelo d’erba di campo. E il semplice torna e ritorna a dar scacco al complesso.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *