Il lungo sonno del cantore

Una breve considerazione su José Angel Valente, Non si desta il cantore, Stefano Pradel (trad. it.), Edizioni dell’Orso, 2016.

 

Può un canto restituire lo stordimento di un padre, sebbene il tramortimento s’imponga come incapacità momentanea (e parziale) di agire e reagire e, dunque, – in definitiva – di cantare? Può, certo, se la voce s’approssima ancora una volta al vertiginoso silenzio dell’assenza, che è silenzio privo della nenia del rollìo del vento, privo d’uno sfondo cui ancorare il riferimento nella stasi, eppur mutissimo, algido come una stanza sgomberata – quella stanza tutta per sé dove, invece, la solitudine chiede a gran voce d’essere rotta dalla presenza amata, la presenza riscaldante.

No amanece il cantor, che Stefano Pradel si è premurato di liberare dalle catene della quasi-dimenticanza, s’impone senz’altro come insperato, inaspettato e, in una parola, peggior banco di prova dei lugares del canto valenteano. Peggiore, sì, poiché l’oro degli stilemi oramai consolidati in anni di ricerca poetica sono costretti qui a passare nell’anello infuocato di una sofferenza gratuita e vertiginosa: l’ingiusta sopravvivenza di un genitore al proprio, amato discendente.

Sotto la cortina di un macrotesto organizzato e non caotico, trapela e non può non trapelare il dolore inarrestabile, il quale però si ritrae congelandosi in una discrezione stoica e dignitosa. Si cristallizza nella mancanza, in un gioco di vuoti, quei vuoti così tanto amati da Valente eppur ora così diversi, poiché ingenerati dallo schiocco di uno scollamento, come di corteccia che diverge d’istante dall’ultimo cerchio del tronco cui appartiene. I versi appaiono così filamenti resinosi che s’allungano e distendono, si riorganizzano particellarmente in fibre di un canto opacizzato dall’impatto con una realtà che si vorrebbe rifuggire, negare.

Torna così la notte, una notte però ora lontana dagli stratagemmi del delirio creativo. Il regressus ad uterum, nella primordialità di un gergo ancestrale, umbratile, è forzato ora dal tranello della vita vera. Non si tratta più di distinguersi con originalità dalla costellazione di riferimenti colti ma libreschi, nemmeno di lenire le tinte più tetre di un solipsistico picco depressivo, bensì di fare i conti con ciò che c’è, o meglio, ciò che manca. Il vuoto dell’assenza di un figlio è una nuova cassa di risonanza per un dolore altrettanto nuovo, incontrollabile. La pulsazione, il latido è l’interferenza lontana ed esasperata della voce del giovane, il riverbero ovattato dell’urlo nello schianto.

Con la gola intasata dal pianto, un padre è chiamato a rivedere l’intera sua opera alla luce del grande buio della perdita della figura più preziosa, di quel dolce motore del suo poetare che già lo salvò dalle acque amare dell’intuizione, quando come Anchise ancora discendeva gl’inferi per consultare le ombre. Ora le ombre sono risalite, sono ascese cerchio a cerchio, girone a girone, e ora abitano una stanza vuota. Qualcosa, nell’io del poeta, è irrimediabilmente compromesso. Il lirismo si spacca come un vecchio albero sotto la spinta elettrica di un fulmine, mentre il verso s’allunga in una prosa distesa, quasi sdraiata perché spossata. Si corica, come l’autore allettato in ricovero ospedaliero per crepacuore dopo la notizia.

C’è sempre un inseguimento, in Valente, come nel Cantico dei Cantici. Cerca ora, padre malato, spasmodicamente il cerbiatto cui somiglia il suo amore. E non lo trova, e si rifugia in una penna che percorre a ritroso la rotaia del canto, sapendo che un tempo, sì, si dava fessura, interstizio, breccia, ma mai spaccatura coatta, violenta, senza speranza di rimarginazione. “Venire a te, corpo, corpo mio, dove il mio corpo dorme in tutte le tue salive. In questa notte, corpo, illuminata verso il centro di te, non cerca l’alba, non si desta il cantore”. Non si desta il cantore, non ce la fa più, poiché il corpo teneramente invocato è ormai in avaria. C’è notte senza giorno, questa volta, di un cielo di cemento in cui non trapela raggio.

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